L’unico mio rimpianto di questi due anni è non aver scritto. Ecco perché mi ritrovo con un pugno di sabbia in mano.

La verità è che mi sono allontanato dalla mia forza di volontà, dalla mia solitudine, dalla mia voglia di vivere di un tempo.

Quando credevo di aver perso le mie origini, il mio ‘io’ naturale, sostituendolo con una maschera, non capivo quanto fossi vicino alla mia natura. La conoscevo, la stimavo, la osservavo da lontano certo, la placavo a volte, ma ne andavo fiero e non vedevo l’ora di mostrarla a chi ne fosse meritevole.

Ma in quel pugno di sabbia c’è anche la maschera impolverata. So com’è, saprei indossarla ancora.

Il problema è che non so cosa nasconderebbe. Non so più cos’è rimasto dietro la vecchia maschera. Come posso nascondere un me stesso che neanche conosco?

La fine. Un’altra volta.

Eccomi qua. Forse era destino che mi ritrovassi a scrivere proprio in questo momento. Avrei preferito non scrivere mai più. Avrei rinunciato al poco estro che ho, se fosse servito a qualcosa. Io non ci credo. Ancora non ci credo.
Te ne vai così improvvisamente, senza far troppo rumore, così come sei venuta. Questi due anni che ci avevano fortificati come diamanti, ora sembrano fragili come ghiaccio, pronto a sciogliersi all’ultimo sole di settembre. Non so se riuscirò a ripensare allo splendore di quel diamante grezzo, o se la mia mente rimarrà ossessionata dal suo sciogliersi. Mi sento completamente impotente di fronte a tutto questo. Mi sento come se la mia casa fosse crollata da un giorno all’altro. E con la sicurezza che quella casa era così solida da non poter mai prevedere quello che sarebbe successo. Perché tutto questo? Perché questa sofferenza? Non ero ancora pronto? Si è mai pronti ad amare? Può essere così tanto dilaniata un’anima senza nessuna colpa? Perché non riesci neanche a far finta di dispiacerti? Quante lacrime può versare un uomo in un giorno? Le mie parole non sono mai servite a niente. Figuriamoci le domande a cui non trovo risposta. Che cosa devo fare adesso io, me lo spieghi? Voglio proprio sapere cosa devo fare! Il mio cuore è malato. E tu non puoi più curarlo.

Doccia

Buio e non riesco a dormire. Una doccia, si una doccia. I minuti pesanti come macigni.

Il tempo libero fa pensare troppo. Pensare troppo è noioso, stanca più del lavoro.

La doccia al buio è la cosa migliore che posso fare, quando devo pensare troppo: la luce fioca dei lampioni sulla strada penetra timida nella finestra, scavalca il vapore del bagno e il vetro della doccia, e arriva ai miei occhi bagnati come il piccolo giaciglio di un neonato scorrerebbe lento sulle rive di un fiume. Mi ricorda la mia infanzia. Mi ricorda i giorni di festa, quando mia madre apriva le tende e alzava le serrandine, per dare una luce opaca alle stanze risaltare i muri bianchi di quella vecchia casa di campagna. O forse questa gioia intima risale ai miei primi giorni di vita, forse la prima luce che vidi fu filtrata da una tenda bianca, spoglia, sulle scarne finestre di un’ospedale.

Si, sto pensando troppo. Eppure amore o odio, gioia o depressione, mi ritrovo sempre, prima o poi in questa doccia buia: il mio giaciglio. E starei qui per ore, bagnato di acqua fredda, mi immagino di stare seduto sul letto di una cascata, in meditazione, in una cina medievale. O d’acqua calda, in una sauna romana, tra patrizi ridenti e donne penetranti.

E infine, più che ai primi giorni, ritorno ai giorni prima di nascere, cullato di liquido amniotico, non ancora formato, non ancora sensibile, non ancora capace di pensare troppo. E i pensieri svaniscono.

Lo specchio

 

Credo che questo specchio sia magico. Nella sua enorme mediocrità fa magie ogni volta che lo guardo. Saranno i ventidue anni di prigione, sarà il cibo fetido a cui sono abituato, ma un corpo così ben delineato, allo specchio, non l’avevo mai visto.

Però aveva ragione Carlo, la sigaretta dà fascino a chi non potrebbe mai averne.

Altro che l’ora d’aria, altro che le visite di parenti e amici, altro che i permessi speciali: non c’è momento che amo di più nella mia vita da carcerato, di quando sto davanti a questo specchio e mi fumo una sigaretta.

Trentatrè centimetri quadri di vetro riflettente, un pettine rosa di chi sa quale carcerato, che nessuno ha mai osato toccare da dieci anni a questa parte, due lampadine giallo sporco, di cui una sola funzionante e una puzza simile tutti i bagni del carcere. Eppure questo è il mio paradiso. Eppure io sto bene qui. Sono sempre stato un tipo solitario, ho sempre amato stare ore ed ore a pensare. Certo i primi anni sono duri, ma in ogni situazione l’uomo riesce a trovare attimi di puro sollievo, frammenti paradisiaci.

La mia spalla non ha più cicatrici, forse dopo vent’anni qualcuno mi ha perdonato, è incredibile come un episodio può lasciare ferite eterne.

La prigione non è niente, è solo un diversivo, mai, nemmeno quando non sarò nient’altro che polvere e scarafaggi, dimenticherò di aver distrutto il mio vero paradiso. Si può uccidere, a volte può sembrare necessario, si può rubare, in fondo è solo una malattia, ogni errore è possibile, siamo uomini, siamo la perversione di Dio. Ma l’amore no, mai negare l’amore, a se stesso e agli altri. Ti ho uccisa senza volerlo, ho rovinato la nostra vita, ma prima di tutto il nostro amore, la nostra felicità. Tanto rancore, uno stupido piatto di vetro, regalato da tua nonna per qualche stupido motivo, e la giusta lucidità per colpire la tua fragile nuca.

E’ bastato questo per cambiare la mia vita, per distruggere la tua, e per devastare il tuo amante.

Ho imparato il perdono, ho imparato a pensare prima di agire, ho imparato tante, troppe cose, ma ciò che ho perso è proprio la capacità di agire. Basta vedere i miei occhi azzurri pieni di lacrime, per capire quanta voglia avrei di ricominciare, o di ritornare indietro, o di morire e raggiungerti ovunque tu sia. Ma non farò niente di questo.

Domani sarò fuori, libero da ogni sbarra. Libero di respirare aria pura e di sentire i raggi del sole penetrare nella mia pelle. Ma non farò niente, rivedrò il mio amore sulla riva del mare, cercherò i suoi occhi nelle onde e mi lascerò cullare dal loro rumore. Poi, forse, mi rialzerò e farò il mendicante in qualche paese lontano, per dimenticare.

“Scienza e poesia”

Non amo particolarmente la letteratura d’orrore, ho sempre avuto l’idea che la paura sia un sentimento troppo semplice da evocare nel lettore. 
Ma c’è un topos in tutte le culture occidentali che mi ha sempre affascinato e impaurito: la storia del Faust, l’uomo che in cambio dell’anima voleva sapere ogni cosa.
Come ogni sentimento di paura che si rispetti, anche il mio è provocato dal fatto che proiettando questa storia nella realtà, essa mi risulta incredibilmente attuale.
Ogni uomo degno di vivere ricerca la verità, la causa e il fine, il mezzo, le diversità e le somiglianze di tutto ciò che ci circonda. È insito nell’essenza umana. 
C’è ancora tanto da scoprire, questo è certo, ma nei paesi tecnologicamente avanzati l’uomo si è dotato, grazie alla conoscenza, di enormi comodità che in passato erano inimmaginabili e che ora sono ragionevolmente scontate.
È incontestabile, magari non siamo tutti più felici, perché la ricchezza è ancora per pochi, ma siamo tutti un po’ più comodi: senza l’elettricità, solo un’infinitesima parte della popolazione avrà passato una mezzanotte della propria vita fuori dal letto. Senza le scuole, saper leggere era più raro di quanto è oggi avere due lauree. Senza telefoni e telecomunicazioni, senza trasporti “a motore”, i più fortunati potevano vantare di aver visto la propria donna una decina di volte, prima di sposarla.
Di esempi se ne potrebbero fare infiniti, ma non servono… chi sarebbe disposto a dire che la conoscenza sempre più vasta dell’uomo non è qualcosa di meraviglioso, ma piuttosto una piaga? 
Eppure a volte penso a quando l’uomo era così ingenuo da inventare tutto, non conoscendo niente.
Vedere filosofi, eterni per ecletticità, pensare che il mondo sia fatto solo d’aria o d’acqua o di fuoco, fa un po’ ridere di compassione. Eppure partendo da questi presupposti poco felici, la filosofia, studiando il pensiero dell’uomo, è diventata prima la scienza più importante, poi l’arte più bella. 
Per non parlare d’arte. 
Si è cominciato colorando di rosso col sangue, di verde con l’erba e di nero con la terra, e si è arrivati disegnare qualcosa di più vero della realtà stessa. 
E i poeti? 
Chiunque potesse racchiudere in segni approssimati i propri pensieri era un poeta. Ed è giustissimo. 
La poesia è nata quando un filosofo scrisse di sé, invece di parlare del mondo. 
Immagino già il primo poeta della storia dimenticato dal mondo, che provando un attrazione verso la prima musa della storia, sentì il cuore battere come non aveva fatto mai, e a differenza di tutti gli altri si chiese per primo il perché. Perché? Eppure era fermo lì, senza muoversi da ore! E poco tempo dopo, svegliandosi accucciato nel suo petto, sentì nel seno sinistro qualcosa di molto simile! Eppure era mattina ed erano appena svegli! 
Un tempo il cuore era la “casa” dell’amore, l’organo che produceva tutti i sentimenti. 
Poi un guastafeste scoprì che il cuore batte solo perché comandato dai neuroni e per effetto degli ormoni. Semplicemente perché il cervello sente l’importanza dell’evento, data dalla sua rarità e dal fatto che è provocata dal caso, e perché, come ogni essere vivente, per istinto di sopravvivenza, l’uomo dev’essere attratto dalla bellezza della donna ed è spinto a fecondarla. 
Scoprire questo, penso sia stato uno dei grandi prezzi pagati al diavolo, in cambio della conoscenza. 
E quando l’uomo scoprì che l’orizzonte non era la linea che divideva la terra dal cielo, la realtà dal surreale, il mondo dei vivi da quello dei morti, ma solo un effetto ottico causato dalla forma della terra? 
E quando l’uomo smise di contare le stelle, perché seppe per certo che erano infinite? Togliendo il diritto al poeta di chiedersi quante fossero? E quando il poeta non potè più chiedersi perché esistessero e perché fossero così luminose e magari anche di che fossero fatte, perché si scoprì che sono solo grandi accumuli di energia, composti quasi esclusivamente di idrogeno?
Non scoprirei niente dicendo che proprio con la poesia l’uomo ha iniziato il processo di conoscenza. E l’ha portato a termine poi con la scienza. 
Il problema però è che gli obiettivi di scienza e poesia sono agli antipodi: la poesia non indaga, si meraviglia, non cerca di provare le proprie scoperte, cerca di provare emozioni, non ha come obiettivo la certezza, bensì l’incertezza. 
Non vuole assolutamente scoprire, la scoperta è stata, a tutti gli effetti, la fine della poesia. 
Oggi un Leopardi non potrebbe scrivere versi meravigliosi sulla luna: saprebbe troppo di lei, saprebbe che influenza il movimento della terra nonostante giri intorno ad essa, saprebbe che non è tanto importante quanto il sole, anzi ne è solo una milionesima parte, sia per grandezza che per energia.
Sicuramente già immaginava che non fosse un ente supremo, ma solo una noiosa polvere grigia, tuttavia non ne aveva la certezza, quindi aveva tutta la libertà di immaginare. 
Oggi il poeta può solo nascondere, far finta di non sapere, illudersi di cose sbagliate in partenza. 
Lo fece anche il poeta di Recanati, limitando la vista del panorama dal suo colle con la celeberrima siepe, nascondendo la realtà a se stesso e immaginando quante cose potessero esserci dietro quel semplice cespuglio.
Forse però arriverà un giorno in cui sapremo talmente tanto, da non riuscire a fingere. È questa la mia grande paura, è questo il motivo per cui il Faust è stato sempre inquietante per me.
Forse per questo sembra che, più si va avanti, meno si ha il coraggio di immaginare, adeguandosi alle comodità; e più si sa, meno c’è la voglia di fare arte.
O forse no, forse l’arte finirà con l’uomo. 
Non so. 
So che certe cose sono ancora sconosciute per l’uomo. Alcune spero che rimarranno tali per sempre. 
Perché quando l’uomo saprà tutto, non ci sarà più arte. 
E non ci sarà più l’uomo.

Icaro

"All stories are love stories"
(Eureka Street, Robert McLiam Wilson)

Avevo tutta la vita davanti.
Non conoscevo tanta gente, non avevo viaggiato molto: avevo tutta la vita davanti.
Non ero ricco, non ero bello… e peccavo anche d’intelligenza.
Ma ora so che una cosa l’avevo di certo.
L’amore.
Ero innamorato pazzo, gridavo al vento suo nome, danzando per la campagna, senza paura di nessuno: nessuno poteva togliermi quel piccolo pezzo di mondo che avevo solo per me.
Amavo il cielo. Sognavo di volare, volare, volare
Sognavo di planare, planare, planare come i gabbiani d’estate sul mare.
Dalle vette più lontane, verso campi di grano maturo, sfiorando le spighe dorate dolcemente, lentamente.
Volevo schizzare via veloce, continuamente, come fa l’eco all’alba, quando imita le allodole.
Ero un uomo semplice: volevo l’infinito.
Volevo guardare il mio mondo perfetto da lontano, con altri occhi.
Occhi divini.
Non esitai un secondo a sfruttare l’occasione.
Planai nell’aria, nuotando. E la toccai e l’assaggiai come puro miele dolciastro.
E riuscii, per un secondo, ad essere dio: capii ciò che nessuno può capire in vita, vidi cose che nessuno vedrà mai, dormii sulle nuvole riscaldate dal sole, bianche come latte, soffici come le foglie d’autunno.
Il mio amore è stato come dovrebbe essere ogni vero amore: assassino.
Dilaniò il mio corpo fino al midollo, spezzò la mia anima fino ai ricordi. Ma quelli non se ne andarono.
Il mio amore è stato come dovrebbe essere ogni vero amore: mortale.
Morii di gioia, prima ancora di essere ucciso: di una gioia tale da spaccare il mondo e rovesciare l’universo.

Di quella gioia che è l’apice della vita.

Di quella gioia è anche la sua fine.

Un particolare caso di strana normalità (parte 1: intro)

Matteo Corini era un semplice impiegato di 24 anni, viveva in una piccola città della Pianura Padana ed era uomo tranquillo.
Tutta la sua vita era stata caratterizzata dalla normalità: nato da una famiglia normale, aveva una sorella normale, frequentava una scuola normale e da qualche anno (ormai aveva perso il conto) aveva anche una fidanzata normale.
L’unica volta che aveva deluso i propri genitori fu quando rinunciò ad iscriversi all’università. Non ci pensò due volte e trovò un discreto lavoro appena diplomato.
Non navigava certo nell’oro, ma lo stipendio non era male per la solita birra del sabato sera e il cinema della domenica; le due sigarette a settimana le scroccava dai colleghi, e la sua ragazza, con un’insolito odio per le sorprese, non costituiva alcuna spesa.
D’altra parte i genitori lentamente si abituarono alla normalità del figlio e tutto proseguì liscio come l’olio fino alla sua morte.
Monotono come la nebbia della Pianura Padana.

Scherzavo.
Questo è quello che tutti credevano. Questo sarebbe stato il romanzo se fosse stato osservato con gli occhi estranei di vuoti vicini disinteressati, o dei classici parenti di Natale e Capodanno, o di qualche squallido scrittore realista.
In realtà Matteo non era normale. Era superbamente bello: aveva un viso sorridente come ogni protagonista dei telefilm, con degli occhi neri che brillavano anche con la solita nebbia di quei posti, aveva un naso a punta, la pelle bianca e i capelli ancora più scuri degli occhi.
Se non era un vampiro, è solo perché non amo la fantascienza.
Il suo corpo era perfetto.
Ed era anche intelligente, generoso, disponibile, era tutto quello che dovrebbe essere un uomo normale.
Solo un piccolo ingrediente mancava nello sfavillante calderone della divinità che l’aveva creato: il coraggio.
Nato e cresciuto con convinzioni di altri, aveva sempre vissuto con convinzioni di altri; dalla scuola, che dovrebbe insegnare a pensare in modo autonomo, aveva imparato a fare solo i calcoli in modo autonomo, e la ragazza, poi, gli aveva imparato ad amare come amano tutti gli altri. E lui, stretto in abiti non suoi, non aveva mai avuto il coraggio di strapparli, anzi, li aveva rimodellati, li aveva resi comodi e se n’era fregato di tutto il resto.
E poco saggiamente dimenticò che ogni uomo non può fare a meno del proprio istinto.

Ma basta parlare di lui, non è educato dato che non è presente, piuttosto andiamo dritti dritti a Cento, la sua città, nel suo ufficio in via Matteotti: eccolo seduto, immerso in scartoffie inutili, in uno degli infiniti inutili giorni pieni di mille inutili calcoli.
(…)